Un sogno chiamato Florida

Giovedì 21 giugno 21.15florida
Sabato 23 giugno 17.30

di Sean Baker
con Willem Dafoe, Bria Vinaite, Brooklynn Prince

Drammatico
di Sean Baker
con Willem Dafoe, Bria Vinaite, Brooklynn Prince, Valeria Cotto, Christopher Rivera, Caleb Landry Jones, Macon Blair, Sandy Kane
DURATA: 111 Min

Tre bambini che vivono nella degradata periferia di Orlando, Florida, tanto vicina alla capitale mondiale delle vacanze, Disney World, quanto lontana dal gioioso e spensierato benessere dei suoi parchi tematici, spettacoli e resort. I piccoli protagonisti hanno circa sei anni e riescono ancora a trasformare una realtà fatta di fast food, trash televisivo e quotidiana miseria in avventura, animati da quello spirito di possibilità e di intraprendenza tipico dell’infanzia. Così, le loro vacanze estive si riempiono di sorprese e vivacità, mentre la dimensione degli adulti è costellata di problemi. In particolare la vita della giovane mamma di Moonee, Halley (Bria Vinaite), che oscilla sul labile confine tra legalità e crimine. I problemi non mancano neanche nella vita di Bobby (Willem Dafoe), il manager del Magic Castel Hotel dove vivono Halley e Moonee, che cerca di tenere sotto controllo la situazione.

E’ la storia di un sogno irragiungibile il nuovo film di Sean Baker, che racconta la vita difficile dei nuovi poveri americani costretti a vivere in un Motel a 35 dollari a notte, un edificio lilla attaccato a Disney World. Ed è un viaggio commovente e delicato nell’infanzia, tempo dell’immaginazione, della libertà, del divertimento nonostante tutto. Girando un film ad altezza bambino, il regista guarda il mondo attraverso gli occhi dei suoi piccoli protagonisti, magari con un po’ di tristezza ma senza ricorrere al melodramma o sfiorare il documentario sociologico. Gli attori non professionisti sono ammirevoli e veri, e Dafoe recita in stato di grazia. (Carola Proto – Comingsoon.it)

Valutazione Pastorale: Bisogna dirlo. Entrare nel mondo di quello spicchio di Florida che abita il racconto non è semplice. O almeno non lo è subito. Perché il copione parte a razzo intorno ad un gruppo di bambini dai toni strafottenti e irrispettosi, incapaci di stare tranquilli, buoni solo a commettere guai e danni imprevedibili. La prima impressione insomma è quella sbagliata; basta poco e quella insistenza su volgarità varie si sposta sugli adulti, in particolare sulla mamma della piccola Moonee. E’ su di lei che si concentra tutto il peggio delle malefatte. Halley è giovane, sola con una figlia a carico, senza lavoro, costretta ad inventarsi il modo per vivere, a trovare i soldi per pagarsi l’affitto di una modesta stanza. Il nodo cruciale è evidentemente qui: dentro un contesto che più edonistico, evasivo e divertito non si potrebbe, si colloca un luogo dove a prevalere sono i bisogni primari e la carenza di solidarietà. In quella striscia che pare abbandonata vagano individui come automi in cerca di affermazione di autorità e di supremazia sociale. Un ritratto di povertà e di abbandono, che stride non poco con il resto che parla di un’ America felice e spensierata. Eppure Halley non si lamenta, non protesta, accetta la situazione, interiorizza il dolore e l’infelicità. Fino ad un incerto finale che vede la bambina e le sue amiche dirigersi verso un parco tematico pronte a cambiare vita. Ma non succederà mai. Dal punto di vista pastorale, il film è da valutare come complesso, problematico e adatto per dibattiti. (acec.it)

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